Salvini e i bresciani. Come si vince la Champions in Rai?

3 SET 15
Ultimo aggiornamento: 04:53 | 17 AGO 20
Immagine di Salvini e i bresciani. Come si vince la Champions in Rai?
Al direttore - Sui giornali di ieri: bresciano strangola la fidanzata moldava che voleva lasciarlo. Adesso basta, fuori i bresciani dall’Italia (da un tuìt di Luca Bottura).
Michele Magno
Al direttore - Il ghigno di Salvini. Inconfondibile. Fosse vissuto una cinquantina d’anni fa Sergio Leone non sarebbe ricorso a Eli Wallach per interpretare il brutto ne “Il buono, il brutto, il cattivo”. Più in generale, non fosse entrato in politica, dove fino a ieri s’è distinto come grande conduttore di cori da stadio per implorare il Vesuvio di seppellire tutti i napoletani, avrebbe avuto un futuro nella veste di quei messicani baffuti e stolidi, furbastri e incolti come capre che proprio il cinema di Sergio Leone ci ha fatto a suo modo quasi amare. Peccato che sia nato 50 anni troppo tardi. Peccato per lui, per noi, per l’Italia, per Sergio Leone. Ma non per Eli Wallach, l’unico suppongo a sorridere dal cielo per esserselo risparmiato come imbattibile concorrente al ruolo del brutto nel film del grande Sergio.
Roberto Volpi
Al direttore - Il Foglio di ieri pubblica un editoriale dal titolo “Il funerale della libertà religiosa”. Su questa affermazione non si può che concordare, davanti ad atroci persecuzioni che riguardano fedeli di tutte le religioni in varie parti del mondo l’interesse delle istituzioni e della società civile occidentale è in continua decrescita. Tuttavia l’articolo si occupa del caso di Kim Davis che nella contea di Rowan, nel Kentucky, ha rifiutato di emettere un certificato di matrimonio a due coppie gay che avevano intenzione di contrarre matrimonio. C’è un particolare che l’editoriale omette nella sua valutazione del caso: Kim Davis non solo rifiutava di emettere certificati di matrimonio, ma impediva la produzione di tali certificati anche da parte degli altri dipendenti del suo ufficio. In questo modo era sostanzialmente impossibile per chiunque in quella contea ottenere un certificato di matrimonio. E’ vero che è necessario, per quanto possibile, cercare un accomodamento ragionevole delle obiezioni di coscienza che possono sorgere in una società complessa e con sempre maggiori opzioni etiche e morali. Allo stesso tempo ogni diritto deve però essere bilanciato e non ha natura assoluta. Lo ha ricordato lo stesso Ryan Anderson, autore del fortunato libro “Truth Overruled: The Future of Marriage and Religious Freedom”, portando ad esempio il caso della Carolina del nord nella quale sono protetti sia il diritto di obiezione di coscienza che quello delle coppie dello stesso sesso a ottenere il certificato di matrimonio. Insomma, come scrive lo stesso Anderson, non si può chiedere tutto in nome della libertà religiosa, ma è necessario, quando possibile, un accomodamento ragionevole. Non celebriamo dunque, per ora, nessun funerale, quanto meno rispetto al caso in questione. In questi tempi di grandi conflitti fra religione e democrazie costituzionali è necessario ricordarsi di uno dei grandi contributi del cristianesimo all’occidente: la separazione tra stato e chiesa.
Pasquale Annicchino
Capisco il ragionamento ma il punto mi sembra diverso: più passa il tempo e più risulta evidente che le discriminazioni religiose non sono tutte uguali. E il dramma vero, come abbiamo scritto ieri e come scrive bene oggi Mattia Ferraresi, è che la battaglia sembra essere definitivamente persa.
Al direttore - Caro Meotti, in un nuovo articolo critico nei confronti di Amnesty International, pubblicato il 21 agosto, ci accusi di simpatie per i lapidatori islamisti e di aver definito la prostituzione “un diritto umano”. Alla seconda accusa è facile replicare. Amnesty International non ha mai definito la prostituzione un diritto umano ma ha adottato una risoluzione che chiede la depenalizzazione della prostituzione quale condizione perché persone già in condizioni di vulnerabilità non siano private, in quanto “criminali”, dell’accesso alla giustizia e di altri elementari diritti umani quali quello alla salute e alla non discriminazione.
Quanto alle simpatie islamiste della dirigente di Amnesty International Yasmin Hussein, l’articolo pubblicato dal Times il 17 agosto cui fai riferimento conteneva due dichiarazioni che mi pare importante riportare.
Yasmin Hussein ha negato di essere “una sostenitrice della Fratellanza musulmana” e ha chiarito di opporsi con veemenza al sostegno finanziario a “qualsiasi organizzazione che supporta il terrorismo”.
Amnesty International, raggiunta dal Times per un commento, ha stigmatizzato il fatto che una sua dirigente sia stata ospite (e non “viveva nella casa”) della famiglia di un consigliere dell’ex presidente egiziano Morsi, deposto nel luglio 2013 dal generale al Sisi.
Amnesty International ha preso atto delle dichiarazioni di Yasmin Hussein e al momento non ha alcuna prova che quanto da lei affermato non sia vero. Tuttavia, come sai, l’organizzazione valuta sempre con grande attenzione ogni denuncia riguardo a comportamenti inopportuni o non trasparenti che possano mettere in dubbio l’imparzialità dell’associazione. Di conseguenza, ha avviato un’inchiesta interna su quanto denunciato dal Times e riportato sul Foglio.
Dei rapporti con l’organizzazione Cage, fondata da un ex detenuto di Guantánamo, ne hai già scritto in passato e io ho replicato in altre occasioni: questi rapporti sono stati limitati e funzionali alla campagna per la chiusura del centro di detenzione Usa, luogo di molteplici violazioni dei diritti umani. Quando un rappresentante di Cage ha espresso giudizi aberranti su “John Jihadi”, il cittadino britannico decapitatore per conto dell’Isis, abbiamo immediatamente chiuso i rapporti.
Un cordiale saluto
.
Riccardo Noury, portavoce Amnesty International Italia
Al direttore - Convincere, ha convinto. Ora però bisogna vedere se il neo dg Rai saprà anche vincere. E visto il paragone con Sacchi, che per un milanista di vecchia data quale è il sottoscritto è un po’ come fare i conti con un S. Agostino in teologia, la sfida non è da poco. Tra l’altro, sono convinto che anche per Sacchi lo schema contasse fino a un certo punto; perché poi in campo ci vanno i giocatori, e se non hai gli interpreti giusti anche il miglior spartito resta sulla carta. Vabbè, in ogni caso in bocca al lupo, ne avrà bisogno. E una domanda: visto che nella Rai del futuro lo share conterà sempre meno, e che la discontinuità culturale di cui ha parlato Campo Dall’Orto – “trasformare la Rai da broadcast a media company” (vaste programme) – a sua volta è funzionale, se non abbiamo capito male, a rendere l’azienda non solo “pop” ma anche, e soprattutto, più ricca in termini di introiti pubblicitari, se tanto mi dà tanto non è che in tale schema di gioco ci scappa pure labolizione del canone? Questo sì sarebbe come vincere una Champions.
Luca Del Pozzo